IN
TUTTE LE MARCHE FALO' PER LA "VENUTA" DELLA SANTA CASA - See more at:
http://www.sibynews.it/index.php?title=IN_TUTTE_LE_MARCHE_FALO%27_PER_LA_%22VENUTA%22_DELLA_SANTA_CASA#sthash.m8kg593D.dpuf
IN
TUTTE LE MARCHE FALO' PER LA "VENUTA" DELLA SANTA CASA - See more at:
http://www.sibynews.it/index.php?title=IN_TUTTE_LE_MARCHE_FALO%27_PER_LA_%22VENUTA%22_DELLA_SANTA_CASA#sthash.m8kg593D.dpuf
IN
TUTTE LE MARCHE FALO' PER LA "VENUTA" DELLA SANTA CASA - See more at:
http://www.sibynews.it/index.php?title=IN_TUTTE_LE_MARCHE_FALO%27_PER_LA_%22VENUTA%22_DELLA_SANTA_CASA#sthash.m8kg593D.dpufC’era una volta. Ma non è una favola. È tutto vero. Quando ero
bambino. Tutto il paese si raccoglieva a pregare la Madonna di Loreto
davanti al falò, la sera del 9 dicembre. I più piccoli, insieme a
qualche adulto, procuravano legna e rovi. Bussavano per le case o
andavano per il bosco. Poi in un luogo ammassavano tutto il materiale
raccolto: sedie con le gambe rotte, doghe di botti, vimini di damigiane,
pneumatici da buttare che insieme a qualche fascio di rovi servivano
per “lu focaracciu”.
Quando faceva notte si accendeva. Il
parroco recitava il rosario e le litanie lauretane. Tutta la gente del
paese, nonostante le rigide temperature, era lì, disposta in circolo, a
pregare e a guardare le scintille volteggianti verso il cielo. Uno o più
uomini, armati di lunghi bastoni nodosi, badavano a far ardere bene la
legna, alzandola e attizzandola. Finita la preghiera si rimaneva in
silenzio a guardare le fiamme e il cielo. Ci si salutava e pian piano si
ritornava nella proprie abitazioni. Al mio paese, Smerillo, c’era anche
l’usanza, alle tre di notte, di suonare a distesa le campane (nessuno
faceva ricorso!!). Era un modo per festeggiare “il passaggio della
Madonna”. Tali falò infatti, chiamati in modi diversi (lu focaracciu, lu
focarò, fuochi della Venuta), servivano a ricordare “la strada che gli
angeli fecero nel portare la piccola Casa di Maria da Nazareth a
Loreto”. La fantasia di bambini si sbizzarriva, sospinta da un’opera
d’arte in legno che rappresentava la Madonna seduta sopra una casetta ai
quattro angoli della quale c’era attaccato un angelo ad ali spiegate.
Fino agli anni sessanta del secolo scorso in tutte le frazioni della
Diocesi di Fermo si celebrava la rievocazione del passaggio della Santa
Casa di Loreto, una delle più importanti reliquie, le cui pietre,
secondo un’antica tradizione, furono portate in occidente dai crociati.
L’uso di accendere fuochi, durante la notte tra il 9 e il 10
dicembre, a ricordo del trasporto della Casa di Maria, si diffuse in
tutte le Marche e assunse denominazioni diverse a seconda dei dialetti.
Oggi la suggestione dei falò, fascini ancestrali, è in spietata
concorrenza con l’illuminazione elettrica, ed è per questo che, la
possibilità di riproporre o riportare alla luce questo rito antico,
oltre che un gesto di devozione, può essere anche un modo per
sensibilizzare i cittadini e gli amministratori sulle azioni di
risparmio energetico per una maturità umana e spirituale. Qualcuno
avanza interpretazioni più ancestrali dei questi riti. Vengono fatti
risalire a Isthar, Iside, Demetra, Artemide, Cibele, Core, Diana,
divinità femminili, regolatrici della fertilità della terra, che
venivano salutate in tante civiltà pre-cristiane. Erano quindi i fuochi
pagani di saluto alla fertile terra che proprio nei primi giorni di
dicembre vede le prime gelate. Il silenzioso letargo dell’inverno veniva
così salutato con l’augurio del ritorno del caldo e la speranza di
raccolti abbondanti espressa nel momento della preparazione finale dei
terreni.
Ma non ci addentriamo su tali ipotesi. Più utile è cercare di
individuare il significato del fuoco e della luce. Il fuoco, elemento
sacro, è simbolo di vita. È il fuoco infatti che ha permesso all’uomo di
iniziare il cammino verso la civiltà e che i Romani tenevano sempre
acceso nel tempio di Vesta. Nella ricca semantica di cui il fuoco è
portatore, non manca una molteplicità di significati. Così, ad esempio,
nella liturgia, la presenza del fuoco è prevista in particolari momenti
rituali e celebrativi allo scopo di dare simbolicamente visibilità al
messaggio teologico che si vuol trasmettere. Il fuoco ha infatti valore
di segno che richiama sia la trascendenza e santità di Dio – come già
illustravano le teofanie dell’Antico Testamento (cf. Es 3,2ss; Es
19,18ss; Is 7,1ss; 2Re 2,11) – sia la presenza e l’azione salvifica di
Dio nel mondo. Va subito detto, perciò, che la rilevanza del fuoco
all’interno della liturgia cristiana è data innanzitutto dalla sua
proprietà “immateriale” e “spirituale”. Ciò, infatti, assieme alla luce –
di cui il fuoco è un prolungamento – lo rende più vicino alla realtà
divina che, in se stessa, è appunto immateriale e spirituale. Lo stesso
volgersi della fiamma verso l’alto richiama subito una dimensione
verticale o celeste e immette in una prospettiva trascendente, che è
quella più consona al mondo di Dio. In tal senso il simbolismo del fuoco
rappresenta un vettore di particolare pregnanza per chi desidera
approssimarsi al mistero di Dio e cercare di comprenderlo, così come
mantiene la sua importanza in riferimento ad alcuni aspetti della fede
cristiana che il credente è chiamato a tradurre e a vivere nella
quotidianità. •
C’era una volta. Ma non è una favola. È tutto vero. Quando ero
bambino. Tutto il paese si raccoglieva a pregare la Madonna di Loreto
davanti al falò, la sera del 9 dicembre. I più piccoli, insieme a
qualche adulto, procuravano legna e rovi. Bussavano per le case o
andavano per il bosco. Poi in un luogo ammassavano tutto il materiale
raccolto: sedie con le gambe rotte, doghe di botti, vimini di damigiane,
pneumatici da buttare che insieme a qualche fascio di rovi servivano
per “lu focaracciu”.
Quando faceva notte si accendeva. Il
parroco recitava il rosario e le litanie lauretane. Tutta la gente del
paese, nonostante le rigide temperature, era lì, disposta in circolo, a
pregare e a guardare le scintille volteggianti verso il cielo. Uno o più
uomini, armati di lunghi bastoni nodosi, badavano a far ardere bene la
legna, alzandola e attizzandola. Finita la preghiera si rimaneva in
silenzio a guardare le fiamme e il cielo. Ci si salutava e pian piano si
ritornava nella proprie abitazioni. Al mio paese, Smerillo, c’era anche
l’usanza, alle tre di notte, di suonare a distesa le campane (nessuno
faceva ricorso!!). Era un modo per festeggiare “il passaggio della
Madonna”. Tali falò infatti, chiamati in modi diversi (lu focaracciu, lu
focarò, fuochi della Venuta), servivano a ricordare “la strada che gli
angeli fecero nel portare la piccola Casa di Maria da Nazareth a
Loreto”. La fantasia di bambini si sbizzarriva, sospinta da un’opera
d’arte in legno che rappresentava la Madonna seduta sopra una casetta ai
quattro angoli della quale c’era attaccato un angelo ad ali spiegate.
Fino agli anni sessanta del secolo scorso in tutte le frazioni della
Diocesi di Fermo si celebrava la rievocazione del passaggio della Santa
Casa di Loreto, una delle più importanti reliquie, le cui pietre,
secondo un’antica tradizione, furono portate in occidente dai crociati.
L’uso di accendere fuochi, durante la notte tra il 9 e il 10
dicembre, a ricordo del trasporto della Casa di Maria, si diffuse in
tutte le Marche e assunse denominazioni diverse a seconda dei dialetti.
Oggi la suggestione dei falò, fascini ancestrali, è in spietata
concorrenza con l’illuminazione elettrica, ed è per questo che, la
possibilità di riproporre o riportare alla luce questo rito antico,
oltre che un gesto di devozione, può essere anche un modo per
sensibilizzare i cittadini e gli amministratori sulle azioni di
risparmio energetico per una maturità umana e spirituale. Qualcuno
avanza interpretazioni più ancestrali dei questi riti. Vengono fatti
risalire a Isthar, Iside, Demetra, Artemide, Cibele, Core, Diana,
divinità femminili, regolatrici della fertilità della terra, che
venivano salutate in tante civiltà pre-cristiane. Erano quindi i fuochi
pagani di saluto alla fertile terra che proprio nei primi giorni di
dicembre vede le prime gelate. Il silenzioso letargo dell’inverno veniva
così salutato con l’augurio del ritorno del caldo e la speranza di
raccolti abbondanti espressa nel momento della preparazione finale dei
terreni.
Ma non ci addentriamo su tali ipotesi. Più utile è cercare di
individuare il significato del fuoco e della luce. Il fuoco, elemento
sacro, è simbolo di vita. È il fuoco infatti che ha permesso all’uomo di
iniziare il cammino verso la civiltà e che i Romani tenevano sempre
acceso nel tempio di Vesta. Nella ricca semantica di cui il fuoco è
portatore, non manca una molteplicità di significati. Così, ad esempio,
nella liturgia, la presenza del fuoco è prevista in particolari momenti
rituali e celebrativi allo scopo di dare simbolicamente visibilità al
messaggio teologico che si vuol trasmettere. Il fuoco ha infatti valore
di segno che richiama sia la trascendenza e santità di Dio – come già
illustravano le teofanie dell’Antico Testamento (cf. Es 3,2ss; Es
19,18ss; Is 7,1ss; 2Re 2,11) – sia la presenza e l’azione salvifica di
Dio nel mondo. Va subito detto, perciò, che la rilevanza del fuoco
all’interno della liturgia cristiana è data innanzitutto dalla sua
proprietà “immateriale” e “spirituale”. Ciò, infatti, assieme alla luce –
di cui il fuoco è un prolungamento – lo rende più vicino alla realtà
divina che, in se stessa, è appunto immateriale e spirituale. Lo stesso
volgersi della fiamma verso l’alto richiama subito una dimensione
verticale o celeste e immette in una prospettiva trascendente, che è
quella più consona al mondo di Dio. In tal senso il simbolismo del fuoco
rappresenta un vettore di particolare pregnanza per chi desidera
approssimarsi al mistero di Dio e cercare di comprenderlo, così come
mantiene la sua importanza in riferimento ad alcuni aspetti della fede
cristiana che il credente è chiamato a tradurre e a vivere nella
quotidianità. •